Cartilagine di squalo

Alla ricerca di una cura 2

Tratto da: "Gli squali non si ammalano di cancro" Lane I.W. and Comac L.

Cartilagine di squalo e cartilagine bovina

Robert Langer e Anne Lee iniziarono un secondo studio sull’antiangiogenesi preparando un estratto di cartilagine di squalo contenente il tipo più puro possibile dell’inibitore. L’estratto venne inserito in capsule similpolimeriche, che furono quindi impiantate in conigli bianchi neozelandesi, in cavità localizzate posteriormente alla cornea. Dietro alle capsule venne impiantato un clone carcinomatoso virulento.
Agli animali di controllo furono impiantati tessuto tumorale e capsule prive dell’estratto di cartilagine di squalo. I due ricercatori osservarono che gli impianti neoplastici stimolavano la crescita di vasi sanguigni nella loro direzione dall’orlo corneale e, con l’ausilio di sofisticate tecniche di microscopia, misurarono la lunghezza dei vasi più lunghi. In tre studi distinti scoprirono che l’estratto inibiva l’angiogenesi: tutti i conigli di controllo (non trattati) presentavano tumori tridimensionali estesi, dotati di vasi sanguigni lunghi mediamente 6 mm; viceversa, quelli sottoposti a impianto cartilagineo non presentavano tumori tridimensionali né vascolarizzazione delle aree circostanti le capsule.
Nelle cornee degli animali trattati, la lunghezza massima dei vasi sanguigni risultò in media di 1,5 mm, ovvero inferiore del 75% rispetto a quella misurata nel campione di controllo. Tali ricerche vennero svolte nel breve arco di diciannove giorni. La crescita tumorale iniziò al quattordicesimo giorno, quando la rete vasale era già in situ. Quando i tumori iniziarono a ricevere le sostanze nutritizie, crebbero rapidamente in soli cinque giorni. Tali indagini consentirono di ottenere anche un altro risultato in base al quale, un giorno, lo squalo potrebbe avere un ruolo di primo piano nello studio dell’angiogenesi.
Fu, infatti, scoperto che gli estratti di cartilagine di squalo richiedono una purificazione molto minore rispetto a quelli bovini per poter determinare l’inibizione dell’angiogenesi. Dal momento che, a differenza di quanto si osserva in quella bovina, alla cartilagine di squalo è adeso ben poco tessuto adiposo, essa può essere considerata "più pura". Pertanto, se da 500 g di cartilagine di vitello si può ricavare 1 mg di estratto capace di inibire la crescita neoplastica, come segnalano Langer e Lee, la stessa quantità di estratto può essere ottenuta da 0,5 g di cartilagine di squalo. In altre parole, sono necessari 500 g di cartilagine di vitello per ricavare 1 mg di una sostanza in grado di causare un’inibizione del 70% dello sviluppo vasale. Si tratta di un valore inferiore a quello registrato utilizzando un millesimo della stessa sostanza ricavata, tuttavia, dallo squalo; ciò significa che, valutandola in unità di peso, la cartilagine di squalo è 1000 volte più potente quale inibitore neoplastico rispetto alla cartilagine bovina o a quella di altri mammiferi. Inoltre, la quantità di tessuto cartilagineo di uno squalo medio è di gran lunga superiore a quella di un vitello medio.

Le potenzialità mediche della cartilagine: alla ricerca di prove

Nonostante fossero riusciti a provare l’efficacia della cartilagine di squalo, Langer e Lee ebbero apparentemente difficoltà a continuare le ricerche. Un importante studio clinico pubblicato due anni dopo la loro scoperta, nel 1985, descrisse il trattamento del cancro con estratti di cartilagine bovina: l’autore era il chirurgo John Prudden, formatosi a Harvard, uno dei pionieri della terapia atta a favorire la cicatrizzazione delle ferite mediante l’impiego dei tessuti cartilaginei. Gli studi sul cancro effettuati da Prudden sono di estremo interesse anche per il fatto che, per la prima volta, alcuni pazienti oncologici sono stati trattati con successo mediante l’impiego di tessuti cartilaginei quali stimolatori del sistema immunitario e lievi inibitori dell’angiogenesi.
Quando a tali pazienti fu somministrata cartilagine bovina, le dimensioni dei loro tumori si ridussero; se pensiamo che la cartilagine di squalo è, a quanto si ritiene, 1000 volte più efficace di quella bovina quale inibitore dell’angiogenesi, la questione pare ancora più affascinante. La cartilagine di squalo possiede, per di più, la stessa capacità di stimolare il sistema immunitario che caratterizza quella bovina. Nell’indagine di Prudden furono trattati 31 pazienti affetti da vari tipi di neoplasie; l’inibizione più marcata venne osservata somministrando cartilagine bovina per via orale e mediante iniezioni. La risposta dei malati fu valutata nell’arco di undici anni, e questo per poter studiare gli effetti a lungo termine del trattamento. Prudden iniziò lo studio nel 1972, selezionando un campione di pazienti per i quali la radio e la chemioterapia standard erano state ritenute inutili. Dopo la somministrazione, prima mediante iniezioni e poi per via orale, di cartilagine di vitello, il tasso di sopravvivenza dei pazienti migliorò. La prima fase terapeutica (iniezioni) fu chiamata fase di carico: a ogni visita venivano praticate due-quattro iniezioni per una dose totale di 100 ml per trattamento. La procedura veniva effettuata, a seconda dei casi, una volta la settimana o a giorni alterni. Tale fase terminava al raggiungimento della dose di 2000 ml; a essa faceva seguito quella orale, o di mantenimento, in cui venivano somministrate otto capsule, contenenti ognuna 375 mg di cartilagine in polvere, ogni otto ore.
Gli esami delle funzioni renale ed epatica, nonché le analisi ematiche, non riportarono effetti tossici né anomalie. Tutti i test di tossicità richiesti dalla Food and Drug Administration (FDA) risultarono negativi, fra questi un’indagine a due anni sui fattori cancerogeni e una a sedici mesi, finalizzata a stabilire la presenza di deformità nei figli (studio di teratogenicità).
I risultati dell’esperimento furono strabilianti: si era registrata regressione tumorale in assenza degli effetti debilitanti della chemio e radioterapia e della chirurgia. Per quanto concerne la valutazione dei dati, Prudden considerò la risposta del paziente "totale" nel caso in cui non si erano registrati segni clinici di neoplasie attive per almeno dodici settimane.
A tal fine la radiografia scheletrica (che consente di verificare la concentrazione di sostanze radioattive) doveva dimostrare chiaramente un miglioramento e la formazione di nuovo tessuto osseo in tutti i siti di danno o di anomalia (lesioni).
Se la diminuzione delle dimensioni neoplastiche, o di qualsiasi marker tumorale pretrattamento (ossia, delle varie sostanze presenti nel corpo e correlate con la presenza di un cancro), era pari al 50%, la risposta veniva ritenuta parziale. A questo scopo non dovevano essere riscontrati aumento dimensionale delle lesioni o dei marker preesistenti, né presenza di nuove lesioni o marker; la risposta doveva, inoltre, risultare invariata per almeno dodici settmane. In caso di riduzione della massa tumorale inferiore al 50%, ma superiore al 25%, di riduzione dei marker neoplastici compresa fra il 25 e il 50% e di miglioramento significativo del dolore osseo e dello stato neurologico nei pazienti affetti da tumori cerebrali, la risposta veniva giudicata minima.
Un aumento pari almeno al 25% delle dimensioni di qualsiasi lesione o di qualsiasi marker o la presenza di nuove lesioni o marker veniva ritenuto indicativo di una progressione della malattia. L’insorgenza di nuove lesioni o la ricomparsa di quelle vecchie nei pazienti che avevano presentato una riposta totale, nonché un aumento pari o superiore al 50% della massa neoplastica complessiva misurabile nei pazienti che avevano presentato una risposta parziale, sono stati considerati come recidiva. In base a tali criteri Prudden concluse che la cartilagine esercita "un effetto inibitore considerevole su un gran numero di tumori maligni" In 11 dei 31 casi trattati (35%), venne riportata una risposta totale, con probabilità o possibilità di guarigione. Fra questi vi erano:

  • una paziente con cancro della cervice uterina che, alla pubblicazione del lavoro di Prudden, era libera da recidive ormai da più di sette anni;
  • un paziente con carcinoma pancreatico, libero da recidive da otto anni;
  • un paziente con carcinoma a cellule squamose del naso, libero da recidive da cinque anni.

Nel 26% dei casi venne documentata risposta totale con recidiva; nel 19%, risposta parziale. Il 3% dei pazienti non presentò variazioni e un ulteriore 3% dimostrò progressione della malattia. Una presenza di patologie, quali neoplasie pancreatiche maligne, carcinoma squamoso o adenocarcinoma polmonare, glioblastoma multiforme, e altri quadri morbosi nei confronti dei quali il trattamento non sortisce chiaramente alcun effetto, è opportuno considerare l’impiego di "Catrix" (cartilagine di vitello in polvere) quale agente terapeutico primario", così concluse Prudden, nel suo lavoro pubblicato sul Journal of Biological Response Modifiers.

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