Shark Liver Oil: la ricerca

Ipertensione e patologie cardiovascolari
lo studio di Tromso

(Tratto da "Fish e Malattia Vascolare", Casa Editrice Bi&Ge Editori)

Uno studio svolto dal Prof. J.H. Brox dell’ospedale Universitario di Tromso in Norvegia, ha dimostrato che in un gruppo campione di persone che hanno assunto per sei settimane supplementi alimentari a base di olio di pesce, si sarebbe verificato un aumento del livello di EPA nel sangue, accompagnato da una diminuzione della tendenza alla coagulazione, con conseguente minor rischio di trombo. "I pazienti ipertesi sono maggiormente a rischio per cardiopatia coronarica (CHD). Benché il fenomeno possa dipendere dalle conseguenze dell’incremento pressorio in quanto tale, sappiamo che l’ipertensione spesso si associa ad altri fattori a rischio per CHD. L’associazione di più fattori di rischio cardiovascolare in presenza di ipertensione spiega in parte la mancata riduzione della mortalità da CHD una volta ottenuto il calo dei valori pressori e sembra indicare che l’intervento sui singoli fattori di rischio non sia sufficiente a prevenire la cardiopatia coronarica nei soggetti ipertesi. Numerosi studi hanno descritto l’efficacia dei PUFA n.3 su attività piastrinica, lipidemia e vari fattori biochimici che possono associarsi alla malattia cardiovascolare. Tale efficacia riveste particolare utilità in una patologia di natura multifattoriale quale l’ipertensione (K. H. Bønaa, int. of Community Medicine, University of Tromso, Norvegia) dato che i pazienti ipertesi sono maggiormente a rischio per cardiopatia coronarica (CED).

Un primo studio dove veniva descritta una riduzione dei livelli pressori di pazienti con ipertensione sottoposti ad un regime alimentare integrato con pesce grasso, venne pubblicato nel 1985. Successivamente, uno studio, svolto presso l’ospedale Universitario norvegese di Tromso, "ha mostrato che fra pressione sanguigna e colesterolemia o trigliceridemia esiste una relazione lineare valida per il range normale della pressione sanguigna. Tale correlazione risulta indipendente da fattori potenzialmente spuri quali sesso, età, peso corporeo, livello di attività fisica o consumo di alcool. L’ipersimpaticotonia e/o l’aumento dell’insulinoresistenza possono in parte spiegare la correlazione tra pressione sanguigna e lipidemia, ma è anche possibile che l’iperlipidemia di per sé contribuisca all’ipertensione modulando la funzione delle cellule endoteliali. Gli studi in materia indicano con sempre maggiore evidenza che le lipoproteine ricche di trigliceridi partecipano all’aterogenesi. L’ipertrigliceridemia risulta inoltre associata all’aumento della concentrazione di complessi fosfolipidi - fattore VII attivato (PLP fattore - VII) - ed esiste una correlazione fra tale attività e rischio di malattie cardiovascolari. La tabella 1 sintetizza i reperti degli studi con gruppi randomizzati con gruppi di controllo relativi alla somministrazione di fish oil in pazienti ipertesi. Nel complesso si rileva che 3.6 g/die di acido eicosapentaenoico (EPA, 20:5n.3) e 2.1 g/die di acido docosaesaenoico (DRk22:6n-3) riducono la pressione sistolica di 5.1 mmHg e la pressione diastolica di 3,5 mmHg in soggetti con ipertensione lieve. Abbiamo condotto uno studio randomizzato della durata di 10 settimane in cui si confrontavano gli effetti di un regime alimentare arricchito con 6 g./die di fish oil (in forma di esteri etilici) rispetto a quelli di 6g./die di olio di mais in 157 soggetti maschi e femmine con ipertensione essenziale lieve di tipo stabile, precedentemente non sottoposti a terapia.

L’end point primario era costituito da una variazione dei livelli pressori. Abbiamo inoltre analizzato gli effetti su epidemia e attività della frazione del Fattore VII sensibile alla fosfolipasi C (Fattore VII - PLC). Quest’ultima veniva valutata attraverso un Normotest dopo esposizione del plasma alla fotolipasi C secondo quanto descritto da Dalaker e altri. Abbiamo monitorato il rispetto delle prescrizioni alimentari e misurato la concentrazione di acidi grassi plasmatici onde definire il rapporto esistente fra alimentazione, acidi grassi e pressione sanguigna. Nel gruppo dove si somministravano PUFA n.3 si rilevava un calo della pressione sistolica mediamente pari a 4,6mm H non si osservavano variazioni significative nel gruppo dove si era somministrato l’olio di mais. La differenza fra i due gruppi restava significativa, sia per la pressione sistolica (6,4 mmHg, p--0,0025) sia per quella diastolica (2,8 mmHg, p=0,029), dopo correzione per variabili antropometriche, abitudini di vita e abitudini alimentari. I valori basali di pressione sanguigna erano più bassi nei soggetti che consumavano abitualmente tre o più piatti di pesce la settimana rispetto ai pazienti che consumavano minori quantità di pesce. I soggetti con un ridotto consumo abituale di pesce presentavano un maggiore incremento dei livelli plasmatici di acidi grassi n.3 ed un calo più consistente della pressione sanguigna, rispetto ai pazienti che consumavano maggiori quantità di pesce. La riduzione della pressione sanguigna era direttamente proporzionale all’aumento della concentrazione plasmatica di acidi grassi n.3. La compliance rispetto al protocollo adottato risultava soddisfacente, anche se dieci soggetti nel gruppo sottoposto a trattamento con fish oil e 7 in quello ove si somministrava olio di mais riferivano di non aver ingerito il numero di capsule prescritto. Nei soggetti che consumavano abitualmente meno di tre piatti di pesce la settimana e che avevano seguito il regime prescritto per il fish oil, si rilevava un calo nella pressione sistolica e diastolica rispettivamente pari a 8,7 e 4,2 mmHg; per contro, la pressione sistolica aumentava di 4,4 mmHg e quella diastolica di 2,1 mmHg, nei soggetti che consumavano meno di tre piatti di pesce la settimana e seguivano il regime prescritto per l’olio di mais. La trigliceridemia scendeva del 20.3% (da 1.48 a 1. 18 mmo/gl) nel gruppo ove si somministrava fish oil. I PUFA n.3 riducevano la trigliceridemia indipendentemente dal sesso del paziente, dall’abitudine al fumo e dal livello basale di EPA. Nei soggetti maschi si rilevava una maggiore attività del fattore VII-PLC in condizioni basali. Tale attività si riduceva mediamente dall’8,2% al 4,9% (p<0.05) nei soggetti maschi ai quali veniva somministrato fish oil, mentre non si registravano variazioni significative nel soggetti femmine (4,5% basale contro 5.40/o dopo 10 settimane di trattamento) né nel gruppo ove si somministrava olio di mais. Lo studio mostrava comunque l’esistenza di una correlazione significativa (r=0.45 p=o,003) fra riduzione della trigliceridemia e riduzione dell’attività del fattore VII-PLC nei soggetti maschi sottoposti a trattamento con fish oil.

Lo studio di Tromso dimostra che gli acidi grassi n-3 possono influire positivamente su numerosi fattori di rischio associati all’arteriosclerosi e alla trombosi. L’effetto antipertensivo rilevabile nel complesso della popolazione studiata aveva modesta entità ma i soggetti che presentavano un incremento più consistente della concentrazione plasmatica di PUFA n.3 mostravano una riduzione dei valori pressori verosimilmente significativa sul piano clinico. Il livello più basso della pressione arteriosa rilevabile in condizioni basali nei soggetti che consumavano abitualmente maggiori quantità di pesce sembra indicare che il trattamento con PUFA n.3 come integrazione del normale regime alimentare, potrebbe rivestire notevole importanza in termini di prevenzione primaria. Benché il reperto possa anche indicare che gli effetti dei PUFA n.3 sulla pressione sanguigna si mantengono nel tempo, tale ipotesi non è stata validata adeguatamente nei trials sinora eseguiti di durata non superiore alle 4-12 settimane. I dati esposti confermano che l’effetto antipertensivo degli acidi grassi polinsaturi si limita al gruppo n.3. L’evidenza raccolta indica che gli effetti del fish oil sulla pressione sanguigna sono mediati dall’acido eicosapentaenoico e/o docosaesaenoico, ma non sappiamo se i due acidi rivestano pari importanza in tale contesto né se i loro effetti sulla pressione sanguigna dipendano da uno stesso meccanismo. È probabile che i PUFA n.3 riducano la pressione sanguigna modificando l’equilibrio fra eicosanoidi vasocostrittori e vasodilatatori e/o modulando le proprietà fisicochimiche della membrana cellulare con alterazione dei meccanismi di trasduzione dei segnali. Con ogni probabilità il rapporto esistente fra PUFA n.3 e pressione sanguigna si presenta complesso ed è possibile che negli ipertesi la risposta al trattamento con fish oil vari in rapporto ad altri fattori connessi o meno all’alimentazione (occorrono studi ulteriori per stabilire il dosaggio ottimale di PUFA n.3 in grado di ridurre la pressione sanguigna con un minimo di effetti collaterali). Agli ipertesi venivano sommariamente somministrati durante i trials 5,7g./die di PUFA. Si tratta di un dosaggio 30 volte maggiore rispetto al quantitativo di PUFA normalmente presente nel regime alimentare di soggetti maschi nordamericani. Il consumo di grossi quantitativi di PUFA n.3 per periodi prolungati può potenziare la sintesi di composti reattivi dell’ossigeno (radicali) che tendono a danneggiare la membrana cellulare e aumentano la suscettibilità all’ossidazione delle lipoproteine a bassa densità. Benché si possano prevenire gli effetti sopra descritti aumentando l’apporto alimentare di antiossidanti (quali la vitamina E), non sappiamo quali siano le conseguenze a lungo termine di un aumentato fabbisogno di antiossidanti). Le proprietà antipertensive dei PUFA n.3 rappresentano dunque un effetto relativamente ben documentato del fish oil su un fattore accertato di rischio per malattia cardiovascolare. Occorrono studi ulteriori per stabilire se i PUFA n,3 siano utilizzabili nella prevenzione o nella terapia dell’ipertensione." (Dott. Bønaa, citato).



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