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Altri studi hanno dato luogo a risultati contrastanti, confermando o non
confermando un effetto protettivo legato al consumo di pesce. In linea di massima si rileva una
diversa mortalità da CI negli studi ove si confrontano soggetti che consumano pesce in
quantità modeste con soggetti che non ne fanno consumo, mentre tali differenze non
sembrano sussistere negli studi ove si confrontano livelli elevati con livelli modesti di
consumo, né ove il gruppo a basso consumo viene definito in modo piuttosto vago (p.es.,
in termini di un unico periodo di 24 h). Tabella II
È noto che tali acidi grassi alterano la funzione piastrinica e la trigliceridemia in modi compatibili con un effetto protettivo nei confronti della CI. Gli acidi grassi n-3 abbondano in modo particolare in varie specie di pesci dacqua fredda, quali sgombro, aringa, salmone, trota, sarda e sardina. È stato messo a punto uno studio randornizzato con gruppi di controllo onde stabilire se un maggiore consumo di pesce grasso riduca la mortalità in soggetti maschi colpiti da infarto recente e, quindi, ad alto rischio. Lo studio comprendeva un totale di 2.033 soggetti non diabetici di età inferiore a 70 anni, assegnati su base casuale a due gruppi distinti. Ai soggetti nel primo gruppo veniva prescritto di consumare pesce grasso almeno due volte la settimana, in modo da raggiungere un consumo settimanale di 300 g; in alternativa, se il soggetto non era in grado di consumare la quantità di pesce suddetta, si somministravano capsule di fish oil. Nel secondo gruppo non si davano indicazioni di sorta in merito al consumo di pesce. Lo studio presentava una struttura fattoriale, per cui indipendentemente dalla randomizzazione effettuata in rapporto al consumo di pesce, al 50% dei soggetti veniva consigliato di ridurre il consumo di grassi e di aumentare la proporzione di PUFA e, indipendentemente dalle due randomizzazioni suddette, alla metà dei soggetti veniva consigliato di aumentare il consumo di fibre di cereali. Si avevano quindi 8 sottogruppi che comprendevano le varie combinazioni delle tre prescrizioni alimentari sopra menzionate, compreso un gruppo ove non si erano fornite indicazioni di sorta. La compliance ni confronti delle prescrizioni relative al consumo di pesce risultava soddisfacente, secondo quanto indicato da questionari appositi, e trovava conferma nella misura degli acidi grassi plasmatici effettuata in un sottogruppo di pazienti (Tab. III). I soggetti ai quali era stato prescritto di consumare pesce presentavano in media livelli plasmatici di EPA più elevati. Tabella III
La tabella IV mostra i decessi avvenuti nei due anni dallarruolamento nello studio. La mortalità complessiva è risultata significativamente minore nel gruppo al quale era stato prescritto di consumare pesce; il dato dipende in via primaria da un calo dei decessi secondari a CI. Non si osservavano riduzioni nellincidenza di infarto miocardico non letale. Tabella IV
La tabella V mostra gli effetti delle singole prescrizioni alimentari sul rischio di decesso. Le percentuali di rischio vengono indicate prima e dopo correzione per alcuni fattori di disomogeneità (basati sullanamnesi, la radiografia del torace e la terapia) che avrebbero potuto influire sui risultati. Nel gruppo che consumava pesce grasso si aveva un rischio relativo di 0.71 rispetto agli altri pazienti, ossia, una riduzione del 29% nel numero dei decessi. La riduzione dei grassi alimentari e il consumo di fibre non si associavano ad un calo della mortalità; di fatto, questultima risultava maggiore rispetto agli altri sottogruppi (benché in misura non significativa) nei soggetti ai quali era stato consigliato di consumare fibre di cereali. Tabella V
La tabella VI mostra i risultati di unanaloga valutazione compiuta in rapporto agli eventi secondari a CI (nuovi infarti del miocardio + decessi attribuibili a CI); nessuno dei tre regimi alimentari descritti risulta associato ad unalterazione dellincidenza degli eventi in questione. Tabella VI
La figura I mostra le curve di sopravvivenza dei gruppi con un consumo elevato o ridotto di PUFA n-3. Il fatto che le due curve divergano assai presto sembra indicare che leffetto protettivo legato ad un maggiore consumo di PUFA n-3 si instaura rapidamente. Tale reperto, unito allassenza di effetti significativi sul rischio di reinfarto, indica il probabile intervento di meccanismi diversi da un rallentamento del processo aterosclerotico o dallinibizione di fenomeni trombotici. Studi nellanimale hanno mostrato che laumento del consumo di PUFA n-3 protegge dallinsorgenza di aritmie letali durante ischemia e riperfusione del miocardio. Ne deriva che una spiegazione possibile è costituita da un effetto antiaritmico dei PUFA n-3 in pazienti con CI. Si tratta ovviamente di unipotesi che necessita di validazioni ulteriori attraverso studi più specifici. Un altro trial con gruppi di controllo attualmente in corso, intende valutare leffetto protettivo del pesce grasso in pazienti anginosi. Occorrono studi ulteriori onde stabilire se leffetto protettivo dei PUFA n-3 sia mediato da una riduzione dellinstabilità Attenzione! Le informazioni contenute in queste pagine sono riservate ai signori medici!
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